di STEFANO RAVAGLIA

 

Talvolta mi viene da dire: che sfortuna. Che sfortuna che capitino queste situazioni, che sfortuna che una partita che fila via liscia, senza intoppi, con una straordinaria contesa in campo, debba essere sporcata da un episodio arbitrale che, vuoi in un senso o nell’altro, accende una miccia che conduce a una bomba che esplode sui social, e che scaglierà i suoi residui molto lontano anche nei mesi a venire. Non avrebbe più bisogno il calcio italiano, che ha trasferito il popolo del bar su Facebook o Twitter, di cibarsi di argomenti che nulla hanno a che fare con un pallone che rotola. Si sa, essi fanno più notizia di un gesto tecnico, ma l’abisso tra l’andata e il ritorno di questo Juventus-Real Madrid è drammatico: tutti in piedi per Ronaldo all’andata, tutti incarogniti al ritorno per il fallo di Benatia su Vasquez. C’è molto di peggio di un calcio di rigore, e il popolo continua a perdere il senso delle opinioni: si giudica ormai per partito preso, per bandiera e per faziosità. La Juventus ruba sempre, all’Inter sono tutti onesti, la Roma e il Napoli risentono del “vento del Nord”. Assiomi che lasciano il tempo che trovano.

Appurata la grande seccatura in seno alla Juventus per una partita che avrebbe certamente meritato di vincere anche ai supplementari o ai rigori, è anche vero che non si smentisce mai la ferocia da social, con litigi virtuali ben più patetici di quelli reali. La visione di Buffon è distorta: non si può certo concedere rigori giudicando le prestazioni o tenendo in considerazione il buon cuore. Altrimenti il Milan di Sacchi o Capello avrebbe avuto un rigore a favore ogni domenica, e invece il mister di Pieris che l’altro giorno ha annunciato il suo ritiro, è stato senza un tiro dal dischetto per un anno e mezzo.

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“Abbassiamo i toni”, “Torniamo a parlare di calcio”, e poi ognuno fa ciò che vuole, facendo a gara a irritare il prossimo e incolpando sovente i direttori di gara: Oddo se la prende con l’arbitro dopo Udinese-Lazio, Zamparini, che ormai non fa più notizia, si scaglia contro il Parma dopo la sconfitta al “Tardini” del suo Palermo in serie B. La Var, in serie A, doveva togliere le discussioni e invece non ha fatto altro che moltiplicarle: ci sentiamo di dare ragione ad Arrigo Sacchi quando dice che “le macchine sono comandate dall’uomo”. Se si è grandi, si vince lo stesso: nel 1989 il Milan, fresco campione d’Italia, veleggiava verso una splendida Coppa dei Campioni che rischiava di essere sfregiata da tre gol annullati e regolarissimi: Werder Brema e Stella Rossa (palle di là dalla linea non viste) e un fuorigioco inventato proprio a Madrid. Ecco, ripartiamo da qui: il tuffo di Van Basten rimediò a quello scempio e il resto fu leggenda.

Venendo ai fatti di casa nostra, si avvicina a grandi passi un altro Milan-Napoli. Quattro a zero per loro con Mihajlovic, 1-2 con Montella quindici mesi fa. Non esattamente ottimi biglietti da visita. Ultimo successo con Inzaghi in panchina, nel dicembre del 2014. Il Milan, dopo lo scontro coi bianconeri a Torino, si rende a sua volta arbitro: chi vuole vincere il titolo, passi da Milanello. Senza Romagnoli e Bonucci, ma siamo convinti sia la partita di cui la squadra ora ha bisogno. Dopo il passo falso apatico e sconnesso contro il Sassuolo, serve un avversario di rango per mettere tutti in riga. Possibilmente, in un clima pacifico e col responso del campo. Non certo con allarmi di fasulla ingiustizia che non fanno altro che imbruttire ancor di più un pallone attualmente alquanto sgonfiato come quello italiano.

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