di STEFANO RAVAGLIA

 

Potremmo iniziare questa storia con la citazione letteraria “era una notte buia e tempestosa”, eppure quel 23 aprile del 2003 faceva caldo a San Siro, preludio a un’estate che non avrebbe dato tregua all’Italia, accostabile solo a quella dello scorso anno con punte di caldo record. Romanzesca quell’annata, comunque. E fu caldo, molto caldo, anche in campo per il Milan, sin dall’estate precedente, quella del 2002, quando in agosto i rossoneri dovettero superare non senza difficoltà, lo Slovan Liberec nel turno preliminare di Champions League.

La lunga rincorsa (19 partite per vincerla) al trionfo di Manchester attraversò davvero tutta l’Europa: travolto il Deportivo La Coruna, battuto il Lione, sotto i colpi rossoneri caddero anche Bayern, Real Madrid e Borussia Dortmund, in una campagna internazionale meravigliosa che toccò il suo culmine nel quarto di finale contro l’Ajax in aprile. All’andata, finì 0-0: Seedorf e Pirlo ko, dentro il generosissimo Brocchi al ritorno e cammino in Champions League quasi compromesso quando i lanceri raggiunsero due volte il Milan nel ritorno a San Siro. Al vantaggio di Inzaghi rispose la bestia nera Litmanen, che aveva già punito i rossoneri nella stagione 1994-95 per ben due volte. Nuovo vantaggio con Shevchenko e poi 2-2 di Pienaar. L’Ajax di Koeman era roba tosta e schierava un certo Zlatan Ibrahimovic, che da lì a un anno e mezzo avrebbe varcato i confini italici.

La semifinale, lì, dietro l’angolo pareva agguantata e poi subito sfilata dalle mani da un Ajax tenuto su da buonissimi giocatori e che aveva riscoperto tutto a un tratto la propria tradizione internazionale. Poi, i secondi che decisero una partita e un’intera stagione. Con i giornali pronti a scrivere a che ora sarebbe stato esonerato Ancelotti l’indomani, Billy Costacurta, ancora al suo posto a 37 anni suonati, lancia lungo per la testa di Ambrosini che spizza in area. A questo punto, la massima del grande Mondonico trova casa: “non è Inzaghi che è innamorato del gol, è il gol che è innamorato di Inzaghi”. Già. Perché il pallone veleggia proprio verso il numero 9, quasi a dire “sono qui, sono il gol, mandami in porta”, e il nostro, con un esercizio di stretching, lo alza sulla testa di tutti quanti. Jon Dahl Tomasson, danese tutto cuore e dal gol facile, straordinario e fondamentale comprimario di quel triennio, butta dentro un pallone, che sarebbe entrato comunque, rischiando il linciaggio per fuorigioco. “Il gol è tutto di Inzaghi, non voglio discussioni su questo” annuncia Sandro Piccinini in telecronaca, durante quei concitati minuti.

E’ il gol del 3-2 all’Ajax, è il 23 aprile 2003, è la serata da sliding doors del Milan ancelottiano. Che col piffero che fu esonerato: era solo all’inizio di otto stagioni condite da otto trofei. Ma quella sera, il merito fu tutto di Superpippo. Non vogliamo discussioni su questo.

 

@foto acmilan.com

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