di STEFANO RAVAGLIA

 

Anche la settimana che va a concludersi è stata tutt’altro che banale. Gli argomenti abboccano come nelle migliori giornate di pesca e si fatica a contenerli tutti. Partiamo da un presupposto: che la faccenda rossonera ristagni nell’anonimato lo si può vedere anche dalla Gazzetta dello Sport, dove un tempo eravamo a pagina 2 perché battevamo il PSV in semifinale di Champions League e oggi siamo a pagina 15 o ancor peggio 17, perché Mirabelli non è più gradito o qualcuno pensa di ricomprarsi qualcosa che forse non ha mai venduto. Sentivamo la mancanza delle sparate berlusconiane o forse no: in trentun anni di presidenza potremmo scriverci un numero di tomi maggiore de Alla ricerca del tempo perduto di Proust, ma evitiamo appunto di sprecare secondi e minuti preziosi.

Come al solito il verbo del Cavaliere va interpretato, dunque occorre limitarsi a dire che: 1) c’è molto di politico in questa uscita friulana. Le colpe del fallimento di Forza Italia alle elezioni del 4 marzo è imputabile anche alla perdita del Milan, cosa che ci risulta in contrasto con quanto dichiarato esattamente un anno prima del voto: “I cinesi sono seri, lascio il Milan in buone mani”. Propaganda, come spesso, al netto dell’effettivo impegno di cuore ed economico, Berlusconi è stato abituato a fare con il Milan in mano. Un affare di sentimenti ma certamente anche di ritorno mediatico e popolare. 2) La telefonata a Gattuso, i consigli sul modulo e tante altre sviolinate. Pare che il Milan non sia mai stato riposto nel cassetto e allora è lecito chiedersi se si sia davvero defilato o abbia continuato a restare nell’ombra di Fassone. Onestamente, al Milan non servono cavalli e Cavalieri di ritorno: l’incapacità cronica e latente di guardare avanti persiste, il compito di poter dare serenità e stabilità a un ambiente desideroso di voltare pagina e stufo di prendere trenta punti ogni anno dalla Juventus pare ancora così arduo, e in mezzo solo qualche speranza che si è rivelata, cammin facendo, sprazzo di illusione.

Anche la Roma a livello societario non se la passa bene: nella trasferta di Liverpool non ne hanno azzeccata mezza. Prima il dito medio di Pruzzo fatto passare come una goliardata (ma a Roma tutto ciò che accade è “goliardico”?), errore di comunicazione grossolano per una semifinalista di Champions League; poi la baraonda in campo con i Reds scatenati che ha annichilito i giallorossi, appesi ora al filo dei due gol segnati in extremis, e il fattaccio accaduto all’esterno dello stadio. La turbolenza della tifoseria romanista è cosa ben nota e la violenza è sempre da condannare, ma c’è un fatto ancor più grave: il luogo dove è avvenuto. Ci sono milioni di tifosi nel mondo, lontani dall’Inghilterra, che sognano un giorno di poter mettere piedi ad Anfield almeno una volta nella vita. Ci sono riusciti purtroppo uno stuolo di eroi al contrario, addirittura mitizzati dal profilo social della curva romanista, che hanno portato le sciarpe e lasciato a casa il cervello, e non è la prima volta che accade.

Liverpool, al netto della grande crisi e della disoccupazione galoppante che fu l’humus dell’hooliganismo, è stata per anni la capitale della musica coi Beatles, di cui ancora si ciba al giorno d’oggi, ma soprattutto è il posto migliore per fare e vivere football, anche se ha legato i suoi tifosi a fatti tragici qualche decennio fa. Ma non si può vivere di retaggi e rancori del passato. La realtà è che Anfield è una chiesa laica e i 90 minuti che si disputano lì dentro una messa altrettanto laica. “You’ll never walk alone”, canzone che non c’entra nulla col calcio ma che è perfetta per il calcio, incisa da Gerry and The Pacemakers nei favolosi Sessanta, non è solo un inno ma una filosofia di vita e una musica che infonde coraggio. Quello che pensa di aver avuto chi ha fatto il giro dello stadio pensando di trovare dall’altra parte i gruppi ultras compatti e pronti alla sana scazzottata come accadeva negli anni Settanta-Ottanta, salvo trovare un irlandese venuto ad Anfield in salute (serbatoio tifo red, Eire e Nord Irlanda) e allontanatosi da Anfield in ambulanza. Tutto questo dunque, stride ancor di più: è stato profanato un tempio e fornito ai media esteri un’altra figura barbina per sbertucciare l’Italia. Patetiche anche le preoccupazioni per la partita di ritorno: sia perché i tifosi del Liverpool non hanno praticamente mai creato problemi (e ad Anfield sono venute tifoserie turche e russe, ben note per il loro atteggiamento discolo), sia perché, come ai Mondiali del 1982 e del 2006, vinti dopo aver passato mesi di guai per calcioscommesse e calciopoli, in Italia c’è sempre bisogno del cataclisma per rizzarsi improvvisamente sull’attenti.

Di quest’altra nefasta settimana, ci resta però una nota zuccherata: non accogliamo certo con felicità l’addio fisiologico di Iniesta alla maglia blaugrana per la sua nuova avventura in Cina, ma celebriamo l’orogoglio e il piacere di aver vissuto questa epoca straordinaria che Don Andres ha saputo tenere in mano con estro, fantasia e continuità, facendo da scudiero a un Barcellona epocale e avendo sfiorato il pallone d’oro solo perché davanti a lui, sia in classifica che in campo, c’era una pulce monumentale e cannibale col numero dieci. E allora grazie Andres: se in un calcio così povero di cultura e intelligenza perdiamo anche i tuoi piedi, allora non è proprio giornata.

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