di STEFANO RAVAGLIA

 

In una recente intervista alla “Gazzetta dello Sport”, Giovanni Galli ha confessato di essere andato via per colpa di Sacchi. “Diceva che aveva bisogno di me dalla partita dopo, ma non accadde mai. Così andai via, volevo vincere un’altra coppa dei Campioni col Napoli”. Quel Napoli che contrastava il “suo” Milan negli anni d’oro del mago di Fusignano. Giovanni, che oggi fa cifra tonda spegnendo sessanta candeline, ha dovuto parare non solo i tiri degli avversari ma anche i colpi che gli ha inferto la vita.

Il primo, è stato perdere suo padre a 19 anni. “Non avrei mai pensato di seppellire anche mio figlio”. Nel 2001 Niccolò, promessa del Bologna che Ballardini, allora allenatore delle giovanili rossonere, andava spesso a veder giocare, perse la vita in un incidente in motorino. Da allora è nata la sua fondazione intitolata al figlio, e un libro, “La vita ai supplementari”, dove Galli si inerpica su quell’impervio monte che è stata la tragedia che lo ha colpito. E poi il pallone: tanti anni alla Fiorentina, poi il passaggio al Milan nel 1986, insieme a Donadoni e Massaro, tre dei primissimi acquisti rossoneri dell’era berlusconiana.

Scudetto nel 1988, bis in Coppa dei Campioni nel 1989 e 1990, Intercontinentale doppia così come la Supercoppa Europea. Vincere e rivincere, il dogma sacchiano. E non cediamo al luogo comune che “con quella difesa era facile fare il portiere”. Galli aveva già un valore, un grosso valore che gli consegnò la porta della Nazionale ai mondiali messicani del 1986. A Vienna, contro il Benfica, l’ultima partita in rossonero in mezzo alle lacrime, nonostante la vittoria finale, prima di andare a Napoli dove non riuscì a replicare quanto sognava. Poco male. Tra “Sarti, Burgnich, Facchetti…” e “Zoff, Gentile, Cabrini…”, c’è un’altra filastrocca che faceva più o meno così: “Galli, Tassotti, Costacurta, Baresi, Maldini…”.

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