Franco Baresi compie 58 anni: una vita per il Milan, una inimitabile bandiera

di STEFANO RAVAGLIA

 

Si era già ritirato da due anni e mezzo, quella sera del 16 dicembre 1999 quando all’Alcatraz di Milano si celebrava il centenario del Milan, fondato proprio in quelle ore di un secolo prima. Differita su canale cinque, Gerry Scotti alla conduzione e via coi premi: miglior portiere, miglior difensore, miglior centrocampista, attaccante e allenatore. Franco Baresi da Travagliato, Brescia, nato l’8 maggio del 1960, si prese la palma di miglior difensore, e fin lì c’era poco da discutere. L’omaggio? Una bottiglia di vino pregiato con il numero 6; più arduo poteva essere il titolo di “milanista del secolo”, che invece il nostro si prende a furor di popolo: altra bottiglia, con quale numero? Il numero uno.

Franco Baresi è stata l’immensità che diventa regola, è stato un menisco infortunato in mezzo al Mondiale 1994 e poi una straordinaria finale contro il Brasile diciotto giorni dopo (diciotto!) l’intervento chirurgico. Quel 17 luglio a Pasadena giocò forse la miglior partite della carriera, con l’inglorioso finale di un calcio di rigore tirato alle stelle, ma come dice De Gregori non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore. Lui ha significato serie B e Coppa Intercontinentale, Milan-Cavese e Milan-Real Madrid. Gli altri passavano, lui c’era sempre. Ha interpretato il ruolo di libero come nessuno e quelle sue falcate che partivano da un’area e arrivavano all’altra non davano impulso solo a lui stesso ma a tutta la squadra. Ha resistito alle intemperie del calcioscommesse, della doppia B e di una rara malattia del sangue che lo tenne fuori squadra per quattro mesi in quella nefasta stagione 1981-82 che si concluse con la retrocessione; poi ha preso in mano gli altri evangelisti della difesa (Tassotti, Maldini, Costacurta, senza dimenticare Filippo Galli) e ha detto loro: seguitemi, vi farò pescatori di trofei.

“Non ho mai pensato di lasciare il Milan perché non c’era nessun altra squadra in cui volessi andare”, ha detto più volte. Umile, silenzioso, schivo, in campo si trasformava: una volta giocò con la testa bendata, a seguito di uno scontro di gioco, perché figuriamoci, ci voleva ben altro. Nel 1993, il 30 maggio, il Milan festeggia il secondo scudetto consecutivo, il titolo numero 13, pareggiando 1-1 in casa contro il Brescia. Quattro giorni prima, a Monaco, l’altra Milano ha festeggiato la sconfitta rossonera col Marsiglia in Coppa dei Campioni e lui, negli spogliatoi, con in testa un cappellino rosso griffato Fossa dei Leoni, non le manda a dire: “Qualcuno mercoledì a festeggiato e oggi ha perso. La sconfitta dell’Inter di oggi credo sia la ciliegina sulla torta. Pensavano di rimontarci, ma loro dovevano vincerle tutte. Per cui oggi siamo felici”.

Il 1 giugno del 1997 gioca come se fosse il giorno del suo esordio. Si chiude un cerchio iniziato nell’aprile del 1978, a Verona, 2-1 per i rossoneri nella stagione precedente al titolo numero 10 che il “piscinin”, il piccolino, vincerà a 19 anni insieme a Gianni Rivera e al suo futuro allenatore Capello. Quella domenica invece, contro il Cagliari, campeggia uno striscione enorme in una curva sud svuotata e malinconica dopo una stagione che il Milan chiude all’undicesimo posto: “Resta con noi”. Non sarà così, ma quel giorno non sbaglia un intervento. Come fosse una finale, come fosse la partita più importante della carriera e invece era l’ultima e non contava nulla. Oggi Franco Baresi da Travagliato compie 58 anni: ambasciatore del Milan, si è ripreso il posto che gli spetta. E allora auguri, Capitano con la “C” maiuscola: anche se in fondo resti sempre il nostro “piscinin”.

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