di STEFANO RAVAGLIA

 

Non è per forza detto che un derby debba rimanere nella storia solo se ci si gioca qualcosa di importante. Inter e Milan peraltro si sono scontrate poche volte per qualcosa di davvero grosso negli ultimi anni, se si eccettuano due derby di Champions League e la sfida decisiva per lo scudetto nel 2011. Nell’annata 2000-2001, sono entrambe due grande deluse. L’Inter pavoneggia la solita estate di promesse e sogni, il Milan al terzo posto nell’annata precedente con lo scudetto sulle maglie, è fuori anche dai primi quattro posti per la Champions League.

Ci sono le elezioni alle porte e l’11 maggio 2001 è un venerdì. L’Inter viene dal 3-0 casalingo contro l’Atalanta, il Milan dal capitombolo col Perugia al “Curi”, un 1-2 nel giorno in cui ricorrono i cento anni dal primo scudetto. Facile capire dunque chi possa essere favorito. Il sarto dello scudetto non c’è più: Zaccheroni ha fatto posto alla strana coppia Maldini padre-Tassotti dopo l’eliminazione dalla Champions League per mano del Deportivo La Coruna al secondo girone. Dunque, nell’anno della finale a Milano, entrambi i club sono lontanissimi da importanti palcoscenici quando entrano in campo in quello strano giorno infrasettimanale.

La coreografia della Sud è quasi una premonizione: un grosso diavolo stritola un biscione nerazzurro. “La fine di chi vive strisciando”, recita la scritta d’accompagnamento. Il calcio quella sera ha deciso di fare di testa sua: nelle gambe dei rossoneri pare ci sia energia da vendere per due o tre partite. Nel dicembre 1985 Paolo Rossi, campione del mondo dopo la squalifica per il calcioscommesse, è l’uomo della provvidenza in un derby terminato 2-2: segnerà una doppietta, gli unici suoi due gol rossoneri. Quel venerdì sera un attaccante romagnolo di Cesena lo emula: in diciotto minuti Gianni Comandini segna prima di opportunismo e poi con una torsione di testa da manuale. Assist? Entrambi di Serginho. La freccia nell’arco del Milan maldiniano è indemoniata: sgroppa sulla fascia sinistra come un ragazzino nel campo dell’oratorio.

Due a zero nel primo tempo, e nella ripresa ne arrivano altri quattro: il terzo gol è una punizione di Giunti che il Dio del calcio spinge in rete senza che nessuno tocchi. Il poker è servito da Shevchenko, dopo un’altra sgroppata del brasiliano col 27. Il 4-4-2 che era corso in soccorso del disastrato Milan zaccheroniano che andava in guerra con armi di gomma e un 3-4-3 che non dava più i suoi frutti, esalta tutti i singoli, quella sera. Anche Kaladze: altra penetrazione e assist all’amico ucraino Shevchenko, per il 5-0. “Un gol venuto dal freddo” esclama Pellegatti in telecronaca. Il suggello è meritatamente proprio di Serginho, che buca la difesa interista centralmente e il malcapitato Frey in uscita.

Il popolo rossonero, in visibilio, dovrà accontentarsi della qualificazione alla Uefa e finirà dietro ai cugini di due punti. Una settimana più tardi, in un’altra sfida interna con la Fiorentina, quanto di buono era stato fatto quel venerdì, viene sciupato da una sconfitta: i viola passano 2-1. Ma campeggia uno striscione nella Sud: “11 maggio 2001: sembrava Wimbledon. Grazie ragazzi”. Gioco, partita, incontro. Un derby così, non s’era mai visto.

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