di STEFANO RAVAGLIA

 

Giorno di feste e addii, quella domenica a San Siro. Il 12 maggio del 1996, dopo l’aritmetica certezza del titolo ottenuta due settimane prima e una sconfitta ininfluente a Genova contro la Sampdoria per 3-0, il Milan si ritrova in famiglia nella più classica delle giornate d’amicizia. Arriva la Cremonese, che gioca l’ultima partita in serie A sino al giorno d’oggi: i grigiorossi, che pure riescono a pareggiare il vantaggio milanista, verranno poi travolti 7-1.

Weah, Baggio, Simone col vizio del gol, ci sono proprio tutti. E’ il giorno della festa per il quindicesimo scudetto, con le fanfare e i bambini, lo stadio gremito e il numero quindici che campeggia ovunque. Ma è soprattutto il giorno degli addii. Fabio Capello, Mauro Tassotti, Roberto Donadoni. Tutti sanno che quello sarà il loro ultimo pomeriggio a San Siro, eppure non sarà così. Il tecnico lascia dopo cinque anni, quattro scudetti e tre finali di Coppa dei Campioni. Va al Real, perché l’inaccettabile clausola del “resti se vinci lo scudetto” emersa durante la stagione, proprio non gli va giù. Vincerà anche in Spagna, mentre Donadoni andrà più lontano: ai Metrostars di New York. Lui così americano nell’animo, cambia continente come avevano già fatto in passato George Best e Pelé. Tasso non ha più un altro passo, come canta la Sud, e decide di andare in pensione. Sarà per il tributo di San Siro o la necessità di conservare qualche statua nello spogliatoio, pure lui cambia idea e rimane.

Campeggiano infatti due bandieroni quel giorno, che penzolano dal secondo anello blu. Sono le due maglie di due protagonisti indiscussi degli anni rossoneri più belli. Donadoni tornerà, nel 1997, insieme a Capello, che torna dalla Spagna campione. La torre di babele messa in piedi dal tecnico, che ora gode di piena fiducia quasi la società volesse riparare al torto fatto, sarà un fallimento: nel 1997-98, senza più Franco Baresi, il Milan arriva decimo. Il fantasista rossonero farà in tempo però a cucirsi sulla maglia uno scudetto non proprio suo, ma pur sempre l’ultimo: quello del 1999 con Zaccheroni. Quel pomeriggio a San Siro, c’è la sensazione che si stia chiudendo un ciclo: gli anni a seguire diranno che andò proprio così.

 

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