Il 17 maggio 1992 il Milan, fresco campione d’Italia da una settimana, festeggia contro il Verona a San Siro. Sarà la passerella finale per Carlo Ancelotti che lascia il calcio giocato con una doppietta

 

di STEFANO RAVAGLIA

 

C’era un sole alto e splendente quel pomeriggio di ventisei anni fa. A San Siro arriva il Verona spacciato: dovrà tornarsene in serie B. Un po’ come la sfida di qualche giorno fa dove la squadra di Gattuso ha battuto gli scaligeri 4-1 condannandoli alla retrocessione. Anche quel giorno fu poker: il Milan grandi firme si sbarazza dei gialloblu grazie a un rigore di Van Basten, Gullit e una doppietta di Ancelotti. Cosa c’è di strano? Che per Carletto da Reggiolo, arriva la prima doppietta della carriera e nel giorno della sua ultima partita davanti al pubblico di casa. Arrivato cinque anni prima all’ultimo giorno di mercato (“Se mi prende Ancelotti, vinciamo lo scudetto” Sacchi dixit) con un ginocchio tenuto insieme con lo scotch (“Mi interessa abbia il 100% di abilità nel cervello”, Sacchi dixit parte seconda), è stata la pedina fondamentale di un Milan straordinario.

Dopo gli anni romani, conditi dallo scudetto del 1983 e dalla triste parabola in Coppa dei Campioni l’anno seguente (non giocò comunque la finale col Liverpool) raccolse tutto ciò che meritava negli anni milanisti. Nel 1989, quando Evani, preziosissima pedina del Milan sacchiano, si ruppe una gamba in allenamento prima di Milan-Real Madrid, Sacchi decise di premiare non il tatticismo ma la persona. Il più disponibile e il più umile, il più carismatico e il più voglioso. Ancelotti, per tutta risposta, segnò l’1-0 che diede via alla goleada rossonera contro gli spagnoli. Nella stagione 1991-92, la prima con Capello in panchina, il nostro è divenuto quasi comprimario: gioca Albertini, astro nascente proveniente dalla primavera e che si è fatto le ossa a Padova. Giusto così: Berlusconi lo paragonerà a Rivera.

Ma l’uscita di scena di Carletto non poteva e non doveva essere banale. Quella domenica, il nostro segna a dieci minuti dal termine. E lo fa in sessanta secondi: prima con una botta da fuori e poi con una penetrazione centrale conclusa da un appoggio in rete sull’uscita del portiere veronese Gregori. Di rabbia, di forza, quasi a dover sfogare il rancore per quell’annata da quasi comprimario. Una decina di minuti prima dei due gol, aveva rilevato Gullit, indossando la maglia numero 14. Il numero dei grandi, il numero di Crujiff. Due giorni dopo, sempre a San Siro, il vero tributo: una strana amichevole con la nazionale brasiliana, che vince 1-0, è organizzata tutta per lui e per il suo addio. Festa, trionfo e lacrime. Ma Carlo mantiene il solito aplomb che lo ha fatto grande, e quella domenica di maggio negli spogliatoi dirà al microfono: “Sono stato fortunato, ho vissuto anni bellissimi. Il calcio è uno sport che va amato se si vuole raccogliere soddisfazione. Serve sacrificio, umiltà e generosità”. Tutte cose che non sono mai mancate a Carletto il magnifico.

share on:

Leave a Response