Ad Atene, Cruijff si fa fotografare con la Coppa già in mano. Sul campo, nella finale di Champions League di ventiquattro anni fa, viene surclassato da Massaro e da un funambolico Savicevic

di STEFANO RAVAGLIA

 

Fu un disastro quell’amichevole a Firenze. Doveva essere la prova generale in vista della finalissima di Champions League ad Atene, e i risultati non furono certo confortanti. Il 22 aprile il Milan aveva messo in ghiaccio il terzo scudetto consecutivo, e il giorno 27 aveva travolto il Monaco a San Siro centrando la finalissima. Il 10 maggio ’94, i rossoneri scendono in Toscana: mancano otto giorni al grande appuntamento e la Fiorentina, appena promossa in serie A dopo un anno di purgatorio in B, è la prova del nove.

Con Baresi e Costacurta squalificati per Atene, Capello deve ridisegnare la difesa: Desailly e Tassotti centrali con Panucci e Maldini sulle fasce. Risultato? Due a zero per i viola nel primo tempo, rigore di Effenberg e autogol di Maldini dopo un contrasto con il fiorentino Luppi. L’esperimento dura trentasette minuti a dire il vero: poi Don Fabio capisce che non è cosa e mette Filippo Galli in mezzo togliendo Desailly dall’impaccio.

Sarà quanto di più chiaro possa esserci nella mente dell’allenatore: in Grecia, la settimana successiva, scenderanno in campo proprio Galli e Maldini centrali, con Tassotti a destra e Panucci a sinistra. Il Barcellona è il “Dream Team” di Stoichkov e Romario. Ha vinto la Liga e due anni prima anche la sua prima Coppa dei Campioni contro la Sampdoria a Wembley. “Li annienteremo con il nostro gioco: siamo il calcio del futuro”, annuncia Cruijff. Bravo in campo ma zero umiltà fuori.

Sarà annientato lui: Bruno Pizzul racconta una notte da sogno per il Milan che, partito con i sfavori del pronostico, disputa probabilmente la miglior partita dell’ultimo trentennio (e dire che c’è l’imbarazzo della scelta): pressing, aggressività, corsa, ripartenze letali. Il primo gol lo segna Massaro: Savicevic si allunga la palla e alza una palombella sulla quale il numero undici si avventa e spinge il pallone in rete.

Da manuale del calcio il raddoppio: una quindicina di passaggi senza che i catalani tocchino mai il pallone e poi l’assist da fondo campo di Donadoni con Massaro che fucila in rete il 2-0 all’ultimo minuto del primo tempo.

Calma, dice Capello. La faccia di Cruijff infatti è tutto un programma, mentre si avvia negli spogliatoi. Beh, ora il Barcellona farà il Barcellona, pensano in molti nella ripresa. Macché: il meglio doveva ancora venire. Non chiedeteci come ha fatto Savicevic a fare quel gol, visto, rivisto e raccontato più volte: rubata palla a Nadal (non il tennista) calcia un pallonetto di piatto sinistro che lo spilungone Zubizarreta deve andare a riprendere in fondo al sacco. Tre a zero e delirio.

“Barcellona ridotto a giocare come una squadra di provincia”, annuncia Pizzul. Palo di Savicevic, sempre lui, e poi, sull’azione seguente, quarto gol: chi lo segna? Proprio Marcel Desailly. Che vince la seconda Coppa dei Campioni consecutiva con due maglie diverse. Il Milan italianissimo di Capello, finalmente ha anche varcato i confini e conquistato l’Europa. Ma lui nulla: anche sul 4-0, se ne sta con le mani in tasca e si rifiuta di esultare prima del fischio finale.

Tassotti alza la quinta Coppa dei Campioni della storia rossonera. Sì, perché come detto Baresi era squalificato, insieme al suo compagno di mille battaglie Costacurta. Ma di questo, in campo, quella sera in cui il Milan salì sull’Olimpio in barba alla baldanza altrui, non se n’era proprio accorto nessuno.

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