Il 22 maggio di cinquantacinque anni fa, il primo successo europeo del Milan contro il Benfica (2-1)

di STEFANO RAVAGLIA

 

“La vidi in tv a Chiasso, in Svizzera, alle tre del pomeriggio: la Rai in Italia non la trasmetteva”. Lo ha ricordato spesso quel giorno Adriano Galliani, ex AD del Milan. Era proprio così: splendeva il sole quel pomeriggio del 22 maggio 1963 a Wembley, Londra, Inghilterra, quando Milan e Benfica scendevano in campo per la finalissima della Coppa dei Campioni. Che bello il Milan tutto bianco: sarebbe stata tradizione fissa o quasi nelle finali. I rossoneri stavano per farsi amica la manifestazione più bella per club, nata su iniziativa francese (fu il giornale L’Equipe a idearla) e dominata da italiani, inglesi e ora terreno di caccia degli spagnoli. Non era certo la prima finale, per il Milan di Nereo Rocco da Trieste, guai a chiamarlo mister, usate sempre il “Sior Rocco”. Perché nel 1958, a Bruxelles, il Real di Gento aveva punito il Milan di Liedholm, Cucchiaroni e Grillo per 3-2 ai supplementari.

Quella campagna europea 1962-63 invece era stata entusiasmante. Milan preso in mano dall’oriundo Altafini: Us Luxembourg, Ipsiwich Town, Galatasaray e Dundee pressoché demolite. Quattordici gol solo nel primo turno: 8-0 e 6-0 ai lussemburghesi. Tre a zero ai britannici a San Siro (doppietta di Barison) e sconfitta ininfluente al ritorno per 1-2. I turchi regolati con otto reti: 3-1 in trasferta e 5-0 a Milano con Altafini di nuovo mattatore. In semifinale col Dundee, di nuovo in bianco, il Milan ne fa altri cinque. Scrive la Gazzetta: “Ora il Milan potrà andare in Scozia quasi tranquillo: il calcio è matto, ma non esgeriamo”. E di fatti finirà solo 1-0 per gli avversari.

Le porte della finalissima si schiudono: l’Empire Stadium accoglie il Benfica bi-campione d’Europa in carica. Quando segna Eusebio, la terza consecutiva pare alla portata. I lusitani non hanno fatto i conti di nuovo con Altafini: prima risolve un batti e ribatti in area, poi si lancia verso Costa Pereira dopo una intuizione di Rivera, ma il portiere gli respinge la prima conclusione. Sulla seconda non può nulla, e il 2-1 non cambierà più. Ghezzi, David, Trebbi, Benitez, Maldini, Trapattoni; Pivatelli, Sani, Altafini, Rivera, Mora. Una filastrocca che ogni milanista, pur di un’altra epoca, dovrebbe imparare a memoria. Saranno tredici le marcature totali di José, con ben due triplette. Bela Guttmann, l’allenatore delle due Coppe consecutive che aveva lasciato il Benfica nel ’62 in aperta polemica per non essersi visto concedere un aumento di stipendio che forse avrebbe meritato, aveva lanciato la maledizione: “Non vincerete più nulla per cento anni”. Quel pomeriggio bianco-rossonero di Wembley, fu l’inizio di una macumba che dura ancora oggi.

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