Il 28 maggio 2003 la vittoria sulla Juventus all’Old Trafford, capitolo indimenticabile della recente storia rossonera

 

di STEFANO RAVAGLIA

 

Immaginiamo due tifosi rossoneri che si incontrano, un pomeriggio. Magari dopo la scuola. E parlano di calcio. “Sai cosa mi piacerebbe?” dice l’uno all’altro. Che risponde: “Cosa?”. “Che vincessimo una Coppa dei campioni eliminando in semifinale l’Inter e battendo in finale la Juventus”. Non succederà mai, risponderebbe l’altro. Eppure è accaduto. Il maggio 2003 del Milan fu da strapazzo, in senso positivo. Le vendite di defibrillatori o di ansiolitici temiamo si siano impennate. Prima il doppio derby di semifinale, poi la finalissima con i rigori che premiano i rossoneri al termine di 120 minuti di agonia, con la traversa di Conte e quel gol annullato a Shevchenko. Brividi beffardi, dimenticati quando l’ucraino mise la palla da una parte e Buffon dall’altra. Non c’è una scadenza per certi ricordi: diciannove partite, metà campionato in pratica, per arrivare da Liberec, agosto 2002, preliminari, alla finale inglese. La prima però tutta italiana.

Sono trascorsi quindici anni e i più diranno, anche a ragion veduta: ecco, campate di ricordi. Ecco, oggi cosa siamo diventati? Già. In fondo la strada per l’Old Trafford non è stata smarrita e non è poi così lontana, eppure ci pare a una distanza siderale. Non sappiamo quando mai più vedremo una finale tutta italiana, ma certe emozioni le apprezzi sempre quando finiscono. Manchester 2003 non è stata una pillola, è stata una mano santa: nei momenti difficili, come in questi anni, dvd o via di YouTube, e l’astinenza è eliminata. Eppure, ora, per i tifosi rossoneri basterebbe tornare competitivi: il primo passo verso una finale di Coppa dei Campioni che pare una chimera. A volte però le stagioni cambiano in poco tempo: anche quel Milan veniva da anni magri, dopo lo scudetto di Zaccheroni. Contestazioni, mercato discutibile, apparente poca voglia di far tornar grande il Diavolo. E invece accadde: dopo nove anni, i rossoneri erano ancora sul tetto d’Europa. Tutti ricordano dov’erano quella sera: a Manchester, a casa davanti alla tv, con gli amici, con una spaghettata o più probabilmente all’aperto, perchè alla fine di maggio di quel 2003 era già caldissimo: sarebbe stata l’estate più rovente degli ultimi anni prima di quella dell’anno scorso.

Il calcio dà e toglie e anche in questo è straordinaria metafora di vita: il sacrificio di Istanbul, è forse valsa la pena se prima e dopo ci sono state due finali da ricordare. Dopo Barcellona 1989, Manchester rappresenta forse il punto più alto dell’epoca berlusconiana. Un’epoca chiusa, o forse no? Gli sviluppi degli ultimi mesi, tutto fanno pensare. Di certo, quei due immaginari compagni di scuola che quel pomeriggio si incontrarono per sognare, scoprirono, in queste ore, quindici anni fa, di aver involontariamente disegnato la realtà.

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