Costante la presenza dei due principali dirigenti nelle vicende rossonere. Non come accadeva nel recente passato

 

di STEFANO RAVAGLIA

 

Si è espresso dopo la bocciatura della Uefa. Lo ha fatto dopo il CDA che per la verità non verteva necessariamente su quanto deciso dal massimo organo europeo (vietare pure il settlement agreement al Milan). E lo ha fatto in tante altre occasioni. La dirigenza di una società, soprattutto nell’era della comunicazione globale, deve stare attenta anche alla macchia sulla camicia: Fassone e, seppur in misura minore, anche Mirabelli, si stanno beccando critiche ingiuste, perché i molti tifosi che giudicano i fatti con poco senno, li ritengono responsabili. Loro, invece, col sorriso di circostanza ma pur con un modo garbato di porsi, provano almeno a metterci la faccia.

Responsabili lo sono molto relativamente: abituati a lavorare dietro le quinte, oggi devono gestire più in prima persona le sorti di un club. Hanno deciso di accettare la sfida cinese, stanno portando avanti la loro scelta. Domenica scorsa, in occasione dell’ultima di campionato con la Fiorentina, uno striscione campeggiava in curva sud: recava la parola “trasparenza” e appoggiava in toto i due moschettieri del Milan. Perché non dovrebbe essere così? Nel marasma ciascuno prova a trovare sempre un colpevole, perché in Italia c’è sovente bisogno di un nemico. Eppure anche in occasione del guaio Uefa, Fassone ha spiegato alle telecamere e con la consueta bonarietà la certezza delle sue convinzioni. Non sappiamo se bastano per convincere anche il tifoso, ma le parole sono chiare: acquisti anche in caso di esclusione dell’Europa League, con un giusto ridimensionamento di spesa che pare comprensibile e l’onesto tentativo di dover far quadrare ugualmente i conti. Cos’altro doveva fare?

Per anni i tifosi hanno contestato la vecchia società, giustamente e non certo perché si perdeva. Di certo non tutto è stato svelato di questo “mistero d’oriente” che è divenuto il Milan di oggi, ma l’oggetto del contendere, la poca trasparenza di Galliani e Berlusconi, buoni a vantarsi dei trofei di ieri senza pensare a costruire per quelli di domani, è stato un valore riabilitato con Fassone. Tutto è stato perlomeno detto chiaro sin dall’inizio, con quella leggerezza eccessiva del “passiamo alle cose formali” che da motivo di orgoglio è divenuto oggetto di sfottò e che Mirabelli si è affrettato a correggere annunciando che i nuovi, quest’estate, prima firmeranno e poi verranno presentati. Ma sul resto, cosa obbiettare? Dubbi e incertezze ci sono e nessuno le nega e quel “cercherò di far quadrare i conti” unito a un rifinanziamento che a questo punto dovrebbe comparire per merito di un mago, sono prove concrete di un intoppo. Lo strato di incertezza che ricopre il giocattolo Milan ancora non è stato spolverato, ma almeno abbiamo uomini che ci mettono la faccia, oggi, al contrario di ciò che accadeva sino all’altro ieri. Un punto d’orgoglio, forse poco consolatorio, ma non certo da cestinare come una fotocopia sbagliata.

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