Milan-Roma, finale di ritorno della Coppa Italia, finisce 2-2: è il 31 maggio 2003 e i rossoneri, tre giorni dopo Manchester, fanno il bis di Coppe

di STEFANO RAVAGLIA

Notte di coppe e di zanzare il 31 maggio 2003. Quindici anni fa, pochi giorni dopo Manchester, il popolo milanista si riunisce a San Siro come invitata a una grande festa nuziale. Inzaghi, Rui Costa, Shevchenko, Maldini e Costacurta e la loro seconda giovinezza, ce l’hanno fatta. Il Milan costruito per riprendersi l’Europa ha vinto tre giorni prima in Inghilterra la sesta Coppa dei Campioni, e quella sera nella fornace milanese suda felice e ha un altro spazio da riempire sulla maglia: la coccarda tricolore, quella della Coppa Italia. I rossoneri affrontano la Roma, già battuta all’Olimpico per 4-1 prima ancora di sapere che la Juventus sarebbe stata battuta ai rigori.

Per la verità, quel sabato sera di festa scatenata, spazio alle seconde linee: Abbiati, Laursen e pure un certo Rivaldo, ciliegina sulla torta di un mercato stratosferico dove il brasiliano fu un regalo non previsto, di quelli che massì, ho fatto trenta facciamo pure trentuno. La Roma deve segnare tre gol senza subirne e per un momento pare approfittare della sbornia post-Champions rossonera: due a zero con anche una bomba di Totti da almeno trenta metri. No, non si può rovinare tutto: è proprio Rivaldo, di testa, a superare l’estremo difensore romanista e a far tirare a tutti un sospiro di sollievo.

E poi, Superpippo. Pensate che questa fosse solo un esibizione per lui? Macché, segnerebbe pure nel cortile di casa. E così corre verso l’assist ancora di un Rivaldo in vena, desideroso di ritagliarsi uno spazio mai avuto in una stagione dove è quasi sempre restato ai margini. Poi calcia subito, di sinistro, senza pensare. È il 2-2 che vale come una vittoria. Che vale un altro trofeo, la quinta Coppa Italia, un alloro che mancava alla bacheca berlusconiana. Che caldo infernale quella sera a San Siro, ma ancor più bollenti erano gli spiriti rossoneri. Con un Diavolo di mezzo non poteva essere altrimenti.

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