Morire per vedere  una partita di pallone

di MATTEO ANOBILE

Il 4 giugno 1989 il calcio ha vissuto una delle giornate piu’ tristi, dove la follia umana ha superato qualsiasi limite immaginabile, da una giornata di festa si è consumata una tragedia senza senso. A San Siro per la 31° giornata della stagione 1988-89, era in programma Milan-Roma, ai fini della classifica una partita quasi senza storia. Ma doveva essere una domenica di festa; i rossoneri avrebbero dovuto mostrare la Coppa dei Campioni conquistata dieci giorni prima a Barcellona. Fra le due tifoserie c’è da sempre una vecchia ruggine ma nessuno avrebbe immaginato un prologo simile. Il tutto ebbe inizio verso mezzogiorno, quando mancavano più di cinque ore all’inizio della partita, un gruppo di tifosi romanisti stava entrando dentro l’impianto milanese.

La polizia scarseggiava a quell’ora, l’anti stadio era praticamente deserto, una volta dentro l’impianto, un ragazzo “tifoso del Milan” avvicina Antonio De Falchi tifoso della Roma e gli chiede una sigaretta. De Falchi percepisce il pericolo e inizialmente riesce a nascondere l’accento romano, ma alla seconda domanda,  si tradisce e fa fuoriuscire l’accento della capitale. Una vera e propria spedizione punitiva di presunti tifosi rossoneri esce da un nascondiglio interno allo stadio e inizia a prendere a pugni e calci De Falchi. Il ragazzo stramazza al suolo perdendo i sensi, all’arrivo della polizia i vigliacchi scappano, il ragazzo si rialza. Ma lo spavento è troppo forte, riesce a scambiare qualche parola con i poliziotti,  all’improvviso perde colore, diventa cianotico e crolla a terra. Vano il tentativo di rianimarlo, viene portato al vicino ospedale San Carlo, ma da li a poco spirerà.

L’autopsia chiarirà poi le cause del decesso dovuto ad un infarto e non in seguito alle percosse subite, la vicenda si è chiusa con tante lacrime e ingiustizia per la famiglia di Antonio. Del gruppo di delinquenti, solo un ragazzo pagherà, con qualche ora di carcere, per gli altri assassini, assoluzione per assenza di prove. Questa è la giustizia italiana capace di iniquità assurde, con una mamma a piangere un figlio che non c’è più.

 

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