Compie 48 anni l’ex terzino rossonero. Tre finali mondiali e tanti chilometri percorsi sulla fascia destra

di STEFANO RAVAGLIA

 

E pensare che quando arrivò dalla Roma, estate 2003, si sprecavano le irrisorie “intuizioni”. E’ bollito, è finito, ecco il Milan che prende i parametri zero. Insieme a Pancaro, arrivato nella stessa estate, poi, non ne parliamo. Ma quanti anni hanno, centoventi in due? E invece, pochi mesi dopo, i soliti benpensanti dovettero ricredersi. Marcos Evangelista de Moraes, Cafu, nella vita ha saputo solo vincere. Quel Milan in cui si ritroverà dieci anni dopo, nel 1993 le prese dal San Paolo a Tokyo, finale di Coppa Intercontinentale. Tre a due per i brasiliani, e lui che aveva già vestito il rossonero brasiliano ben prima di quello milanese, e da lì aveva dato il via alla sua carriera. Poi, l’anno seguente, negli Stati Uniti, la prima finale Mondiale contro l’Italia, davanti a lui il suo futuro compagno di squadra Maldini, seppur quella contro la Nazionale di Sacchi fu solo la terza partita da lui giocata in quel torneo. L’arrivo alla Roma dopo il pellegrinaggio al Palmeiras, e uno scudetto con Capello, che guarda caso aveva allenato anche i rossoneri.

Quanto Milan c’è stato nella carriera di questo brasiliano dai trentadue denti e dalla corsa formidabile: arava la fascia meglio di un trattore e riforniva di cross il reparto avanzato di qualsiasi squadra in cui si trovasse. Altro che bollito: proprio con Pancaro costituì una letale coppia di terzini che potevano essere tutto meno che difensori. Gattuso, Pirlo o Seedorf potevano girarsi a destra o a sinistra e loro eccoli lì, pronti, a ricevere la caramella da buttare in mezzo per Shevchenko o Inzaghi. Altro Milan, altra epoca. Cafu è stato parte integrante di quella dinastia brasiliana che ha preso il posto sostanzialmente di quella olandese, due blocchi che hanno scandito le vittorie del Milan berlusconiano. Con Serginho, Kakà, e Rivaldo, la combriccola carioca a Milanello era parte integrante di una macchina di spettacolo oliata alla perfezione. Lui, un brasiliano dalla storia triste, come ce ne sono tanti, cresciuto in una famiglia disagiata nel quartiere di Jardim Irene, nella sua San Paolo.

Ce ne fossero di Marcos Cafu. Per il suo valore tecnico e ancor di più morale. Un brasiliano venuto dal nulla che sorrideva sempre. Come quel giorno del 2002, quando salì in alto, persino sul tavolino di plexigas, pur di alzare altissimo la Coppa del Mondo, riconquistata dopo la batosta francese di quattro anni prima. Ma lui non era certo uno che mollava. Sorrideva, mostrava i suoi trentadue denti e ripartiva. Il modo migliore di intendere il calcio, il modo migliore di intendere la vita. Un tempo era il “pendolino” se giocasse oggi sarebbe un “Frecciarossa”. Allora auguri Marcos, brasiliano felice ad alta velocità.

 

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