Rijkaard, Gullit e Van Basten portano all’Olanda il primo trofeo internazionale: è trionfo contro l’Urss

di STEFANO RAVAGLIA

 

L’anniversario esatto è stato il 25 giugno, ma poco importa. Trent’anni prima dei Mondiali in Russia, ai quali l’Olanda non partecipa allo stesso modo dell’Italia, la Nazionale arancione raccoglie finalmente il primo successo della sua storia. Pareva ancora fresca la doppia ferita delle finali dei Settanta, dove Germania e Argentina imposero la legge del padrone di casa e piegarono gli olandesi nella finalissima del Mondiale ’74 e ’78. E nel 1988 toccò tornare sul luogo del delitto: in Germania si svolge il campionato europeo per nazioni, detenuto dalla Francia, proprio due anni prima dei Mondiali italiani. L’Olanda è affidata a Rinus Michels, cantore del calcio totale e trionfatore con l’Ajax in quegli anni formidabili dove Cruijff incantava le platee senza mai cadere a terra: aveva imparato giocando sull’asfalto che se si cadeva lì, ci si faceva molto male. Così dribblava con maestria ed eleganza chiunque con le sue leve lunghe e trascinava i lanceri a una formidabile stesura di un nuovo capitolo di calcio.

Quell’Olanda, in quell’estate di fine anni Ottanta, era invece molto diversa negli interpreti: c’erano i fratelli Koeman, Ronald (attuale CT degli olandesi) ed Erwin, c’era nonno Muhren, un centrocampista di 37 anni che aveva vinto tutto con l’Ajax e proprio in quel 1988 aveva segnato la rete più “anziana” per un calciatore dei lanceri, record battuto solo nel 2012. In porta Van Breukelen, e poi loro tre: Gullit, Rijkaard e Van Basten. Con le dovute distinzioni: il mese precedente era stata la benzina ideale per Ruud, che aveva conquistato, da assoluto protagonista, lo scudetto. Rijkaard era un giocatore del Milan in pectore, poiché fu prelevato dallo Sporting Lisbona solo al termine di quella stagione. Il cigno di Utrecht invece era stato pressapoco un brutto anatroccolo: gli infortuni ne avevano già minato il primo anno in rossonero, consentendogli di giocare solo 11 partite. Con un gol fondamentale, però: quello all’Empoli, in aprile, che aveva dato al Milan una vittoria fondamentale in chiave rimonta sul Napoli.

Il 12 giugno a Colonia l’Urss però sgambetta subito l’Olanda: 1-0. Poi, a Dusseldorf l’Inghilterra viene battuta 3-1 e l’1-0 successivo contro l’Irlanda consente alla squadra di Michels di superare il turno. Il 21 giugno ad Amburgo, eccola la rivincita contro la Germania: in vantaggio con un rigore di Matthaus, l’Olanda rimonta e vince con una rete di Van Basten dopo il pareggio di Rambo Koeman su rigore. A Monaco di Baviera il giorno 25, l’Olanda finisce da dove aveva iniziato: l’Urss, che ha sbattuto fuori l’Italia di Vicini in semifinale, si interpone tra lei e il primo alloro assoluto. Un altro 1974? Un altro ’78? Stavolta no. Eccoli, i rossoneri: il testone di Gullit mette in porta un pallone come se l’avesse calciato di piede e poi arriva la perla: un cross sbilenco dalla sinistra viene corretto e rivisto dal pittore fiammingo con un insolito numero 12 sulla schiena. Van Basten trasforma quel pallone un po’ così nel gol forse più bello di sempre insieme a quello di Maradona nel Mondiale 1986. Inutile raccontarlo, meglio andarselo a vedere. E soprattutto vedere ciò che accade immediatamente dopo, quando Michels, dalla panchina, si mette le mani nei pochi capelli rimasti per l’incapacità di credere a una tale prodezza. Europa conquistata dunque. La replica, undici mesi dopo a Barcellona: ecco la Coppa dei Campioni. E poi il mondo. Il ciclone olandese aveva solo iniziato la sua opera di meravigliosa distruzione. Questa volta, in maglia rossonera.

 

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