Nel 2001 dopo una estenuante trattativa, arriva il portoghese che si prende la 10

di STEFANO RAVAGLIA

 

Non esistevano ancora i social, ma si parlava più di “forum”. I tifosi, tanto per cambiare, erano imbestialiti. La litania era una sola: “Vogliamo Rui Costa e ci prendono Pirlo, vergogna!”. Agghiacciante, per dirla alla Conte, leggere tali improperi oggi. Un Milan sfibrato e smarrito dopo lo scudetto del 1999, al quale non fu dato più seguito, aveva bisogno di aria fresca. Di aprire le finestre e rinverdire le piante, di cambiare i tappeti e spolverare gli scaffali, soprattutto quelli della sala Coppe. Manuel Rui Costa non aveva bisogno di presentazioni: aveva trascinato la Fiorentina a una competitività conclamata in Italia e in Europa ed era il pezzo pregiato di quel mercato estivo di diciotto anni fa. Conteso particolarmente da Lazio e Parma, mai si pensava che il Milan potesse inserirsi, nonostante i tifosi rossoneri lo chiedessero a gran voce.

Fu una trattativa lunga e complicata, in cui il portoghese fu vicinissimo ai gialloblu: la volontà di vestire rossonero era anche la sua e quel “Non sono carne da macello”, riferito ad altri che stavano decidendo per lui, cambiò tutto. Terim sarebbe stato l’allenatore, e quale sponsor migliore per poter convincere Rui ad approdare a Milano, dopo essere stati insieme anche nella Fiorentina. Galliani ha narrato di aver ricevuto l’ok di Berlusconi al telefono, mentre sostava una sera su un marciapiede, probabilmente fuori dal ristorante in cui si trattava il giocatore. Ottantacinque miliardi, sinora l’acquisto più costoso della storia milanista, avvicinato dai 40 milioni di euro di Bonucci la scorsa estate.

Rui Costa era la ciliegina sulla torta per un attacco da favola con Inzaghi e Shevchenko e la Fiorentina, che di lì a breve sprofonderà nelle categorie inferiori, non poté far altro che lasciarlo partire. Si chiudeva un ciclo se ne apriva un altro, ma dopo un gol estivo al Valencia in un torneo amichevole ad Amsterdam, Manuel si inceppò. Cadde male a Brescia alla prima di campionato e si ruppe un braccio: fuori per settimane. E al rientro, quel gol che non arrivava mai. Ma quanti assist per le punte rossonere: una sessantina e tutti decisivi. Fino al gennaio 2004, quando Kakà lo stava già spodestando e lui, da grande professionista, non gliela giurò ma lo aiutò a crescere: quel giorno d’inverno, il 25, in cui il nostro segnò un gol in campionato, il primo in rossonero, all’Ancona. Assist di Shevchenko in una sorta di scambio di ruoli e botta da fuori che come tante altre forse pensava finisse sul fondo o respinta dal portiere. E invece no: il portiere anconetano bucato e il delirio come fosse uno scudetto. Una situazione fra il comico e il paradossale, ma da lì Rui Costa prenderà a segnare con più frequenza: quell’anno, lo fece anche al Perugia con una punizione magistrale che sbatté sotto la traversa prima di insaccarsi. Rivera, Savicevic, Boban, Rui Costa: la grande tradizione di numeri 10 continuava: proprio lui che si prese quel numero dal croato, in un ipotetico passaggio di consegne, in una sera d’agosto al Trofeo Berlusconi, quando Zvone si ritirava e Rui vestiva rossonero a San Siro per la prima volta. L’addio nel 2006 dopo una Champions League, una Coppa Italia, una Supercoppa Italiana e uno scudetto, e poi il ritorno da avversario un anno dopo col Benfica: la curva cantò incessantemente per lui negli ultimi dieci minuti di partita. Non poteva far altro: Rui, come te nessuno mai.

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