Spegne ottanta candeline il match-winner della finalissima di Coppa dei Campioni del 1963. Proverbiale il suo “manuale del calcio” durante le telecronache

di STEFANO RAVAGLIA

 

Arrivò nel 1958, dal Brasile, José Altafini. Quando si stava sciogliendo il ghiaccio venuto dalla Svezia, quel Gre-No-Li (Gren, Nordhal, Liedholm) che aveva portato i primi successi del Milan del dopoguerra, dopo un buio durato 44 anni. Il Novecento del Milan prendeva finalmente forma e la consacrazione sarebbe arrivata nei favolosi anni Sessanta. Un decennio in cui arrivarono anche i primi due allori europei: nel 1963 e nel 1969. E proprio nell’anno della scomparsa di Kennedy e di Giovanni XXIII, il calcio italiano inizia ad allargare i confini del suo dominio, cosa che non accadeva dai due Mondiali del 1934 e del ’38. Il Milan di Rocco, Rivera e Trapattoni, scende in campo a Wembley il 22 maggio contro il Benfica che viene da due finali vinte consecutivamente contro Barcellona e Real Madrid.

Eusebio, dal Mozambico con furore, portò avanti i suoi. Poi, lui che era accostato a Valentino Mazzola, campione indimenticato del Grande Torino perito a Superga per via del piedino fatato, scaraventa in porta senza troppi complimenti i due palloni del sorpasso. José Altafini firma così in calce la prima Coppa dei Campioni del Milan e di una squadra italiana in assoluto, nel tempio del football. Ma l’oriundo brasiliano (nonna di Rovigo e nonno di Trento) che festeggia oggi 80 primavere, e ha giocato tra le altre con le maglie di Juventus e Napoli, non è stato solo questo. E’ stato sempre un implacabile uomo gol, entrato definitivamente nel cuore dei milanisti il 27 marzo 1960 quando ne fece quattro in un derby che il Milan vinse 5-3 e un attaccante che mai si è risparmiato. Nell’anno del suo arrivo in rossonero, quel 1958, era stato anche campione del mondo: ma con quel Pelé lì davanti, il Brasile che vinse in Svezia non fu proprio suo, e così dovette osservare il trionfo dalla panchina. Non lo pensava così combattivo Gipo Viani, che lo accusa di essere un “coniglio” per levare la gamba un po’ troppo spesso nei contrasti. Già il suo primo anno al Milan fu prodigo di reti, 28, bottino pesantissimo per la conquista di un immediato scudetto, prima del bis nel 1962.

Poi, nel 1964 qualcosa si rompe. Il prolungamento di contratto si fa attendere e lui al grido di “senza contratto non gioco”, se ne va in Brasile. Lo strappo si ricuce verso la primavera del 1965, quando il Milan ha 9 punti di vantaggio sull’Inter che insegue. Altafini torna in una domenica a San Siro contro il Vicenza, e il pubblico lo accoglie a braccia aperte. Peccato però che i rossoneri perdano 1-0 e diano inizio a un crollo verticale: rimonta e scudetto ai nerazzurri. Il vizio del gol Altafini non lo perderà sino a 38 anni, quando si ritira e si dà alla tv, non prima di aver vinto uno scudetto con la Juventus nella famosa domenica della fatal Verona: lui segna uno dei due gol con cui i bianconeri battono la Roma mentre i rossoneri naufragano in Veneto. Negli anni della rivoluzione televisiva nel calcio, diviene uno dei commentatori di punta di Tele+ e tra il serio e il faceto apostrofa i grandissimi gol che commenta come “golazi” e si rifà spesso al “manuale del calcio” citando un immaginario numero di pagina per descrivere una grandissima giocata. Oggi dà una mano come testimonial in una ditta che produce erba sintetica (“Altro che il fango di quando giocavo io”, ha detto), e non è certo milionario, perché non ha mai pensato ai soldi, e dunque non ne ha mai fatti. Era fatto così, José. Che impallidire, coi tempi odierni.

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