I due dirigenti al passo d’addio dopo solo una stagione

di STEFANO RAVAGLIA

 

La storia di Fassone e Mirabelli al Milan è parsa, più che un grande amore, uno di quelle passioni della durata di qualche mese, destinata poi a spegnersi. Incendiatasi con l’arrivo della impalpabile dirigenza cinese con un mercato faraonico da più di 200 milioni che non è servito nemmeno per centrare il quarto posto utile alla partecipazione della Champions League. Oggi, dopo la ratifica della cacciata dell’ex dirigente di Juventus e Napoli, è toccato anche a Mirabelli avere il benservito. Cose che accadono, quando si cambia il management e le scelte sono gioco forza differenti. Dallo striscione della curva, poco tempo fa, di riconoscenza e supporto: “Fassone e Mirabelli gli acquisti più importanti della stagione”, alla ormai proverbiale velocità degli “haters” che voltano loro le spalle con la stessa facilità che stanno utilizzando anche con Bonucci.

Riflessioni: sì, non saranno due cime. Forse avranno speso male i soldi, tanti ma gli unici, versati nelle casse milaniste dalla Cina. Ma in un mondo in cui oggi metterci la faccia equivale a prendersi secchiate di odio, sono sempre stati gli unici ad andare davanti a tutti a spiegare situazioni forse più lontane da loro di quanto si pensasse. Sono stati semplicemente due manager in una fase di transizione, messi per togliere qualche maceria, probabilmente facendone di ulteriori, ma ad avviso di chi scrive molto meno criticabili di altri discutibili personaggi del passato. Sì, Leonardo ha portato Kakà. Galliani ha messo a segno molti colpi, ma anch’egli si prendeva meriti più vicini a suoi collaboratori, tipo Braida, cacciato cinque anni fa senza troppi complimenti con una cena da Giannino come tributo a cavallo di Capodanno. Non c’è niente da fare, il tifoso ha bisogno sempre del capro espiatorio, e chi appare di più in tv, si prende la palma: non è un caso che in Italia la colpa sia sempre degli allenatori.

In realtà, in esperienze passate, seppur Fassone, ex guardalinee, si fosse trovato in una situazione analoga durante il passaggio da Moratti a Tohir, i due non hanno mai preso in mano direttamente un palcoscenico scottante e di primo piano come è stato quello rossonero degli ultimi due anni e nel modo di esporsi che hanno dovuto avere nell’ultimo biennio. Il piano portato alla Uefa forse aveva qualche falla, a cui Elliott probabilmente ha posto rimedio. Spesso discordante su Donnarumma (“se non faremo la Champions, dovremo vendere un big”, salvo poi ribaltare il tutto con “non è detto che venderemo qualcuno se non faremo la Champions”), Fassone ha cercato con la proverbiale pacatezza di spiegare anche che erano stati ereditati problemi non suoi. Mirabelli ha avuto il merito di credere in Gattuso e cercare di porsi di traverso sulla figura di Raiola, e questo paio di questioni non possono certo derubricate come piccolezze. A ognuno la sua idea, a ognuno la sua opinione, ma smettiamola di odiare: hanno fatto il possibile, potevano fare di più, si sono abbandonati al tormentone del “passiamo alle cose formali” divenuta pura una maglietta. Ma i problemi del Milan da tempo stanno molto, molto più in alto.

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