Il 19 settembre 1926 si inaugura l’impianto milanese voluto dal presidente del Milan Pirelli. Quante cose potrebbero narrare le sue mura?

 

di STEFANO RAVAGLIA

 

“Verso le 16.30 il duca di Bergamo ha tagliato la fettuccia tricolore ed il nuovo stadio calcistico del Milan ha avuto la sua inaugurazione fra il vivo entusiasmo del numeroso pubblico”. Il quotidiano torinese La Stampa, apriva così la mattina del 20 settembre 1926. Il giorno prima, in un mini torneo amichevole, aveva preso il via la lunghissima storia di uno degli impianti più famosi e amati di sempre: San Siro. E non poteva farlo che attraverso un derby: Inter e Milan si sfidarono a viso aperto nel pionieristico football di inizio secolo, e fu una girandola di reti: 6-3. Vinsero i nerazzurri, ma ai rossoneri andò la palma del primo gol tra le nuove mura: lo segno Giuseppe “Pin” Santagostino, attaccante, milanese e milanista, che giocherà oltre 200 partite con la sua squadra.

Architetto, Ulisse Stacchini, ingegnere Alberto Cugini. E non poteva esserci altro cognome per progettare uno stadio riservato a parenti serpenti, che tante ne ha viste e tante ne dovrà ancora vedere. Dopo quella amichevole, la prima gara ufficiale si giocò tra il Milan e la Sampierdarenese (che, nel 1946, unendosi alla Andrea Doria darà vita alla Sampdoria), ed ecco un’altra sconfitta: 1-2. Iniziò male il cammino milanista dentro al proprio stadio, voluto fortemente dal presidente Piero Pirelli, quattro tribune (di cui una coperta, l’attuale primo anello rosso) e una capienza non indifferente per l’epoca: 35.000 posti. Dopo il “Trotter” o il campo dell’Acquabella più altri vari traslochi, il Milan aveva il suo stadio. Nel 1934 si giocano tre partite del Mondiale italiano, tra cui la semifinale tra Italia e Austria vinta 1-0 dagli azzurri. Nel 1935 viene acquistato dal comune, e negli anni del conflitto i rossoneri emigrano all’Arena Civica. Nel dopoguerra, inizia a cementarsi la leggenda: dalla stagione 1947-48 inizia la condivisione con l’Inter.

Nel 1955 le quattro tribune non bastano più: arriva il secondo anello. Due anni più tardi, ecco l’impianto di illuminazione: finalmente si può giocare anche di sera. Il Milan vince i suoi primi scudetti lì dentro soltanto in quel periodo, dopo un lunghissimo digiuno. San Siro si popola di signori in bombetta e giacca e cravatta, in uno stile scomparso da tempo. Bandiere rossonere e gente assiepata dietro la rete a guardare le bombe di Nordhal e la classe di Liedholm. Si narra che quando il “Barone” sbagliò il primo passaggio dopo lungo tempo, tutto lo stadio fece partire un applauso scrosciante. Il popolo milanista però vedrà sbarcare sul proprio campo un autentico marziano alla fine di quel decennio. Mingherlino e ossuto, Gianni Rivera, che viene dall’Alessandria, porta San Siro in un’altra dimensione. Per vent’anni prenderà per mano il Milan conducendolo a tutti i più grandi traguardi nazionali e internazionali. Nel 1967, intanto, è arrivato anche il tabellone per scolpire nella memoria i più eclatanti risultati: il 15 ottobre 1972 il pubblico milanista va in delirio contro l’Atalanta, 9-3. Poi Rivera lascia, con un ultimo regalo: nel maggio 1979 il Milan vince lo scudetto della stella. Nella domenica decisiva, quella contro il Bologna, parte del secondo anello (l’attuale rosso) è pericolante. Il capitano del Milan prende il microfono e fa un appello: “Tra dieci minuti, se non vi spostate da lì, l’arbitro ci darà partita persa e perderemo lo scudetto”. La folla ascolta il Messia, e il tricolore è salvo.

Poi arrivano gli anni Ottanta, morte e resurrezione del Diavolo. Ci sono i riti scaramantici, i bagarini, i tifosi che scavalcano sfidando gli spuntoni delle cancellate, o quelli che sfruttano l’arrivo delle squadre per poter varcare i cancelli insieme ai loro pullman. Durante un derby, quello del 1984 e del famoso gol di Hateley, c’è anche un maialino nerazzurro nel parterre. Il calcio era partecipazione e religione, non certo intrattenimento e puro show da baraccone come oggi. E nel frattempo sono arrivati gli ultras, da circa un ventennio: la Fossa dei Leoni, nata alla rampa 18, si posiziona nell’attuale secondo arancio, prima di passare, nei Settanta, in quella che sarà la curva sud. Fumogeni, cartate, coriandoli, bandieroni, coreografie da cinema, contestazioni ma soprattutto un mondo d’amore: è nato il tifo organizzato. Il Milan va in B nel 1980 per il calcio scommesse (stesso anno della morte di Meazza, al quale l’impianto viene intitolato), e il popolo rossonero è lì. Ci torna nel 1982, sul campo, e sono ancora tutti lì. Quell’anno, Maldera si aggrappa alla cancellata dopo un gol all’Avellino che non servirà a evitare il capitombolo. Il 7 novembre 1982 quel tabellone segna: Milan 1, Cavese 2. Tivelli e Di Michele. Nessuno si scorderà più quel pomeriggio, ma in senso buono: “Eravamo in 60.000 anche con la Cavese!”. E poi, fate largo: ecco la rinascita. Sacchi, gli olandesi, e tutti allo stadio con le treccine di Gullit: un cappellino che ha fatto epoca. San Siro trabocca di entusiasmo, soprattutto la sera del 15 aprile 1989, quando il Real Madrid, sotto l’acqua, viene battuto 5-0. L’anno precedente, un cammino d’amore aveva ricoperto la Milano-Laghi: dopo l’1-1 di Como, tutti a San Siro per festeggiare insieme alla squadra.

Nel 1990, arriva una drastica rivoluzione: terzo anello e copertura: addio alle caterve d’acqua su chi sostava nei “popolari”. Ci sono i Mondiali, ancora, in casa: Argentina-Camerun apre il torneo, e vincono gli africani. Interisti vestiti con le maglie della Germania, che gioca sempre a Milano e vincerà quel torneo con Matthaus, Brehme e tutti gli altri. I rossoneri stanno dalla parte dell’Olanda, con Gullit, Rijkaard e Van Basten. Oggi San Siro ha perso molto del suo fascino in termine popolare: musica da discoteca, nuove panchine che paiono una zona relax, sponsor dovunque, e speaker che fanno a gara a urlare sempre più forte. Mica come faceva Giovanni Marsotto, veneto d’origine ma milanese d’adozione. Nel 1970 diventa lui lo speaker. Annuncia Pelé, quando il Santos deve giocare a Milano l’Intercontinentale, e si fa prendere dall’emozione proprio in quella partita d’esordio di Italia 90, quando legge le formazioni dei sudamericani e dei camerunensi. Lascia nel 2010, dopo trent’anni di voce inconfondibile. E, soprattutto, lascia una chicca che resterà sempre nella mente dei più vecchi, che i “millennials” non possono ricordare: “Estintori Meteor”. Auguri, San Siro. Novantadue anni, e non sentirli.

 

share on:

Leave a Response