Il direttore dell’area tecnica rossonera, ha ricevuto il premio Liedholm 2018, ecco le sue parole durante la cerimonia di premiazione

 

di ALESSANDRO DELL’APA

 

La  profonda cultura, non soltanto sportiva, mostrata in campo e nei ruolo dirigenziali ricoperti, interpretati sempre con lealtà, intelligenza e lo stile di ogni suo comportamento degni di un personaggio di una caratura internazionale e di grande umanità. Queste le motivazioni per cui è stato assegnato a Leonardo, il premio Liedholm 2018. Direttamente dal palco per la premiazione,  alla consegna di esso, il dirigente brasiliano, ha detto le seguenti parole:

 

Sono felice di essere qui e del premio. Penso che essere rispettosi, educati, corretti è un conto. È stato importante superare la fase del bravo ragazzo. Liedholm aveva grande ironia, io sono più pragmatico, più diretto. Ringrazio suo figlio Carlo per avermi scelto per questo premio. Ho fatto un po’ di tutto in carriera. Il fatto di aver vissuto ruolo diversi, ho chiaro quale sia il limite di una cosa. I giocatori e gli allenatori vincono le partite, i campionati le società. Loro vivono nel breve termine, la società sul lungo e non è facile. Essere più concreto, continuo, regolare e costruire rapporti duraturi è importante. Quando fai l’allenatore vivi altre emozioni. L’allenatore vive la sua carriera legata ai risultati, la dirigenza deve essere solida. Con Adriano Galliani ho fatto i miei 6 anni di università. Penso che la mia università pratica è stata fare parte di un Milan perfetto sotto tutto i punti di vista. Penso ci voglia una partecipazione più effettiva. In Italia ci sono state delle proprietà familiari, mente il mondo va verso delle società-azienda e anche il ruolo del direttore sportivo sta cambiando verso questa evoluzione. Il valore di una società è dato dall’equilibrio tra il bilancio e le emozioni che produce. È tutta questione di equilibrio. Il Barcellona si è basato sui valori del sul settore giovanile per creare un’epopea. Noi oggi abbiamo Donnarumma, Calabria, Cutrone, c’era Locatelli e questi sono i frutti di un lavoro. I nostri giovani sono un po’ massacrati dall’ informazione. Se un ragazzo a 15 anni non ha senso d’appartenenza, abbiamo sbagliato tutto. La formazione degli allenatori va cambiata, perché lavorare con i giovani non vuol dire perseguire il risultato. Poi a 13-14 anni, questi ragazzi possono diventare delle guide per le loro famiglie. Sono pesi sociali che vanno limitati”.

 

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