I consulenti del broker thailandese lavoravano nella società londinese che gestiva le offshore di Berlusconi.

L’edizione odierna de L’Espresso ha analizzato alcune questioni inerenti la trattativa tra Silvio Berlusconi e Bee Taechaubol per il passaggio del 48% delle quote del club rossonero nelle mani della cordata thailandese. Vi riportiamo interamente l’articolo.

“La vendita del Milan di Silvio Berlusconi, un affare globale che unisce la nostrana Milanello ai finanzieri dell’Estremo Oriente, ha un risvolto meno esotico e fin qui rimasto riservato. Come dimostrano i documenti esaminati da “l’Espresso”, i consulenti del compratore Bee Thaechaubol sono vecchie conoscenze della Fininvest.

Gerardo Segat, Paolo Di Filippo e Andrea Baroni sono i fondatori della società Tax & Finance di Lugano, che adesso assiste l’uomo d’affari thailandese. La loro carriera è però iniziata a Londra una ventina di anni fa nel gruppo del finanziere Ali Sarikhani. E in particolare negli uffici della Edsaco. Quest’ultima altro non era che lo snodo della finanza occulta del gruppo Berlusconi.

La vicenda risale al 1996, quando i magistrati di Milano alzarono per la prima volta il velo sulla rete offshore del sistema Fininvest. Ebbene, i tre professionisti della Tax & Finance lavoravano, a quell’epoca, per la Edsaco di Londra, la società di servizi finanziari che amministrava il network di sigle estere intestatarie di conti bancari segreti. Proprio la scoperta di quelle società cassaforte è costata all’ex presidente del Consiglio, nel 2013, la condanna definitiva per frode fiscale e la decadenza da parlamentare.

Non è chiaro come sia nato il rapporto tra l’uomo d’affari asiatico e la società di consulenza di Lugano. La scelta di mister Bee, però, appare quantomeno sorprendente. In operazioni di questo tipo di solito l’acquirente cerca un advisor il più possibile indipendente rispetto alla controparte. E questo non sembra esattamente il caso della Tax & Finance.

Di Filippo figura già nel 1994 tra gli amministratori di Edsaco. E il nome di Baroni è addirittura citato negli atti del processo che ha portato alla condanna di Berlusconi: le sentenze milanesi lo indicano come protagonista, non indagato, della vicenda più clamorosa di tutta l’inchiesta. È il 16 aprile 1996. La polizia inglese, su richiesta dei magistrati italiani, perquisisce a Londra gli uffici di David Mills, l’avvocato che ha creato il sistema di società offshore utilizzate per anni segretamente dalla Fininvest. Nella sede di Londra lavorano altri avvocati, con propri clienti estranei al caso: la “Cmm” di Mills è stata infatti acquistata e assorbita, nel maggio 1994, dalla Edsaco, un colosso della consulenza allora controllato dalla banca Cantrade del gruppo svizzero Ubs.

Vista la situazione, la Metropolitan Police, per non interferire nel segreto professionale degli altri legali, accetta un “gentlemen’s agreement”: saranno gli stessi collaboratori di Mills a consegnare tutte le carte che riguardano la Fininvest e Berlusconi, evitando così una perquisizione a tappeto dell’intero studio legale. E così, alle 11.30, gli ispettori inglesi e gli inquirenti italiani vengono fatti accomodare in una sala riunioni, dove restano fino alle 15.40 in attesa delle carte sulle offshore: a portare i documenti ai poliziotti è proprio Andrea Baroni, insieme ad altri due fidati collaboratori di Mills, che arriva nello studio quando è ancora in corso quella perquisizione “collaborativa”. Interrogato a Milano come testimone, nel 1997 e 1998, l’avvocato inglese conferma che le società offshore amministrate da Edsaco-Cmm hanno nascosto una montagna di «nero aziendale» gestito dai manager della Fininvest (secondo l’accusa, ben 775 milioni di euro), ma non chiama mai in causa Berlusconi.

Soltanto dieci anni dopo, i pm milanesi scoprono che, proprio nella perquisizione del 1996, Mills è riuscito a nascondere i documenti più compromettenti. Sono gli atti delle «offshore personali» di Berlusconi, in particolare le tre società-schermo (Century One, Universal One e Principal Network) che custodivano un tesoro nero mai dichiarato al fisco: oltre 300 milioni di dollari, accumulati in Svizzera e alle Bahamas attraverso fittizie compravendite internazionali di diritti televisivi. Quei documenti sono usciti dallo studio di Mills tre giorni dopo la perquisizione, il 19 aprile 1996, quando è venuto a Londra a ritirarli un banchiere della Arner, Paolo Del Bue, descritto dalle sentenze come «il fiduciario e tesoriere personale di Berlusconi».

Le motivazioni del verdetto definitivo quantificano il totale delle somme nascoste dal Cavaliere al fisco italiano in oltre 368 milioni di dollari, di cui è rimasta punibile, grazie alla legge ex Cirielli sulla prescrizione facile, solo l’ultima fetta, pari a 7 milioni e 300 mila euro. Dopo la condanna, Berlusconi ha quindi dovuto risarcire 10 milioni. Mentre le stesse sentenze spiegano che tutti gli altri soldi sono spariti: l’ultima destinazione conosciuta è una serie di conti alle Bahamas, gestiti proprio dal banchiere Paolo Del Bue, che ha poi ottenuto la prescrizione, come l’avvocato Mills.

Per la vicenda della perquisizione, definita «gravissima» dai magistrati, Andrea Baroni non è mai stato indagato e neppure interrogato: i pm si sono convinti che si fosse limitato a eseguire gli ordini dei titolari dello studio.
Oltre all’intreccio londinese, c’è almeno un altro filo che lega la Tax & Finance alla Fininvest. Gli uffici della società di Lugano si trovano infatti allo stesso indirizzo che fino al 2001 ha ospitato la fiduciaria Ferrecchi. Anche questo è un nome che compare più volte nelle inchieste giudiziarie sugli affari di Berlusconi. Vent’anni fa, prima che le indagini dei magistrati scoperchiassero la galassia offshore del Cavaliere, era proprio il professionista ticinese Giorgio Ferrecchi a gestire i conti segreti di una decina di società-cassaforte. Tra queste spicca la All Iberian, passata alla storia come la offshore utilizzata dalla Fininvest di Berlusconi, tra l’altro, per le tangenti pagate fino al 1992 al leader socialista Bettino Craxi, oltre che per la corruzione dei giudici romani del caso Previti. Sempre negli anni Novanta lo stesso Ferrecchi sedeva anche nel consiglio di amministrazione della Fininvest Service, la consociata svizzera del gruppo del Biscione messa in liquidazione nel 2003.

Nel frattempo, alla fine del 2001 la fiduciaria Ferrecchi ha cambiato indirizzo, traslocando in un altro immobile di Lugano. Pochi mesi dopo, nello stesso palazzo che prima ospitava la fiduciaria, si è insediata la neonata Tax & Finance. Proprio qui, l’8 giugno scorso, Berlusconi ha incontrato mister Bee per riprendere il filo delle trattative che sembravano naufragate solo un paio di settimane prima.

Quel giorno è stata messa nero su bianco una prima intesa preliminare. In sostanza, Bee ha tempo sino alla fine di settembre per trovare i soldi e chiudere la partita, che porterà nuovi soci di minoranza nel capitale della squadra rossonera. Il broker thailandese, che offre 480 milioni di euro per il 48 per cento del Milan, si è anche fatto fotografare con Segat, descritto come il suo consulente personale nella trattativa. Insieme a loro, nell’immagine messa in rete su Instagram, c’è anche Licia Ronzulli, l’ex infermiera ed europarlamentare di Forza Italia, tifosissima del Milan e amica personale di Berlusconi, che l’ha scelta come mediatrice della delicata trattativa finanziaria. Proprio Segat e Ronzulli hanno partecipato all’ultimo round di negoziati, terminato il 2 agosto a Villa Certosa, la residenza del patron della Fininvest in Costa Smeralda.

Se l’affare andrà in porto, la squadra rossonera incasserà risorse fresche per finanziare il rilancio dopo anni di bilanci in rosso e magri risultati sportivi. E anche per la Tax & Finance l’operazione potrebbe avere positive ricadute d’immagine. Già adesso, peraltro, la società di Lugano vanta mille clienti e un centinaio di dipendenti, oltre a una rete di filiali estesa ai quattro angoli del globo, a cominciare dalle capitali della finanza offshore: da Panama a Dubai, dal Lussemburgo a Dublino, da Montecarlo fino addirittura alla Nuova Zelanda.

Dai loro uffici nel centro di Lugano, i manager impegnati nell’operazione Milan si negano a ogni richiesta d’intervista o chiarimento. Questo del resto è lo stile della casa: niente pubblicità. Meglio comparire il meno possibile sulla stampa. Alcune fonti svizzere però ricordano che un paio di anni fa la Tax & Finance inciampò nel crack del gruppo Ciccolella: la filiale svizzera, anch’essa fallita, era infatti amministrata da alcuni manager di T&F.

Negli ambienti finanziari, Segat e i suoi colleghi sono anche accreditati di ottimi agganci nel mondo dei milionari russi. E il sito Internet della società svizzera sembra una prima conferma a questa indiscrezione: oltre all’inglese, compare solo una versione in cirillico. In italiano, nulla. Senza contare, poi, che la galassia Tax & Finance comprende anche una holding a Cipro, tradizionale piattaforma offshore per la finanza dell’Europa dell’Est.

Forti della loro esperienza giovanile a Londra, Segat, Di Filippo e Baroni hanno messo radici anche nella City. Di Filippo, che vive nella capitale britannica (mentre i suoi due colleghi sono residenti a Lugano), amministra o ha amministrato nel recente passato le consociate inglesi di numerose società italiane. Per esempio la Sator Capital del banchiere Matteo Arpe, le filiali londinesi delle case di moda Trussardi e Moschino, la Percassi group dell’imprenditore lombardo Antonio Percassi, presidente dell’Atalanta.

Della sua scuderia fa parte anche un’altra impresa che, curiosamente, rimanda ancora una volta al Milan. La società in questione si chiama Sheva. Proprio così, come il soprannome del famoso attaccante ucraino Andrij Shevchenko, che indossò la maglia rossonera tra il 1999 e il 2006. Il nome non è casuale: dal 2006 al 2011 Shevchenko in persona amministrava la società londinese. Insieme a Di Filippo della Tax & Finance”.

@PepLandi

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